Via dei Matti numero uno/2a parte


CAPITOLO DUE

Oltre la soglia del mondo

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Quel cerchio d’acqua che ho disegnato col dito sul vetro bagnato diventa, improvvisamente, un tunnel di ricordi. Il freddo della stanza svanisce, inghiottito da un’ondata di calore, che profuma di erba appena tagliata, lasciata a seccare sotto il sole, e libertà. Non sono più seduto; non sento più le gambe stanche. Avverto il peso della cartella che tira sulla spalla e il grido di Franco che mi rimbalza nelle orecchie, vibrando nell’aria ferma di luglio.

Il suono metallico della campanella fu come un colpo secco dritto al cuore, che fece accelerare i nostri battiti. Uscimmo dal massiccio portone di legno della Scuola Elementare Silvio Pellico, ancora in fila per due accanto alla maestra. Le nostre scarpe battevano impazienti sulle vecchie mattonelle bianche e nere, disposte a rombo; il loro battito nervoso rimbombava nel corridoio come soldati in parata, impregnate dell’odore acre della cera, quella che le bidelle stendevano con delle spazzole nere e pesanti. Si mescolava al profumo del gesso, quello che imbiancava i cancellini rotondi di feltro e restava intrappolato nelle pieghe dei nostri grembiuli. Fu un’ultima processione, che si sciolse non appena toccammo il marciapiede curvo a cerchio.

Lì sull’uscio restava il bidello, fermo col suo camice nero ed i capelli bianchi: l’ultimo guardiano di un tempo che non ci apparteneva più, mentre l’ombra severa dell’edificio si allungava dietro di noi. In quell’istante, la campanella smise finalmente di suonare. Il silenzio che seguì fu spezzato solo dal suono del pesante gigante di ferro che si chiuse alle nostre spalle con un colpo secco, metallico, capace di far vibrare l’aria immobile dentro il nostro petto.

A metà luglio quell’alito bruciava, caldo e secco. Si sentiva il sapore della polvere in sospensione; il sole picchiava forte sulle nostre teste, attraversando i capelli corti e scaldando il colletto inamidato dei grembiuli. Eravamo in due: io e lui. Le cartelle a tracolla pendevano dai fianchi, piene di sussidiari che non avremmo aperto mai più; la cinghia ci segnava la spalla con un solco rossastro, mentre il cuoio sbatteva ritmicamente contro la pelle nuda delle nostre esili gambe scoperte dai calzoncini corti: sdeng, sdeng. Il calore della cartella surriscaldata ci scottava la pelle; eppure, quel peso non ci stancava. Anzi, sembrava l’unica cosa capace di tenerci ancora ancorati al suolo, mentre l’aria della libertà già ci invitava a correre. Sentivo l’odore del cuoio vecchio che si mescolava al sudore delle mani: un legame fisico che ci tratteneva ancora un istante, prima del grande salto.

Camminammo così, vicini e affiancati, tenendoci per mano, senza dirci molto. Non servivano parole per evocare i soldatini Atlantic che ci aspettavano nella scatola delle scarpe Superga, con il logo blu scuro. Ne avevamo una scatola piena: un esercito di plastica colorata di verde, che profumava di battaglie immaginarie. Il mondo fuori dal cancello della Pellico appariva improvvisamente troppo grande e luminoso, con i riflessi del sole che rimbalzavano sui vetri delle poche auto, costringendoci a socchiudere gli occhi. Le gambe ci portavano verso casa spediti, con il passo di chi sa di aver appena superato il confine invisibile, tra l’infanzia e tutto quello che sarebbe venuto dopo. Forse non lo sapevamo, o semplicemente non volevamo saperlo.

Mentre la nostra scuola diventava ogni secondo più piccola, superammo il ponte sul Sangone1, dove la strada si gettava sulla destra, e gli alberi ci regalavano un po’ d’ombra profumata di fiori bianchi e resina. Tra i rami pareva ci chiamassero anche gli uccelli: merli neri, pettirossi e storni cangianti. Lì il respiro si faceva più leggero. Il rumore della città, quel ronzio fastidioso di motori e clacson, sfumava lentamente alle nostre spalle, sostituito dallo scricchiolio nitido dei sassi sotto le suole dei sandali. Su quel sentiero sterrato di pietre battute, tutto diventava già un gioco, un’anticipazione: lì non passavano più le macchine. La polvere bruna, densa e calda, era il nostro elemento. Si alzava a ogni passo, appiccicandosi alle caviglie sudate come un tatuaggio di libertà.

Davanti a noi quel sentiero portava finalmente verso casa, una cascina immersa nel verde circondata da pioppi bianchi2 enormi come giganti. Svettavano sul lato destro del torrente, con i loro tronchi massicci come pilastri le foglie verdi e argentee che frusciavano ad ogni alito di vento, come un applauso leggero.

Bianchina3 ci aveva già sentiti; ci corse incontro frenetica allungandosi nel lungo viale abbaiando e saltandoci addosso. Una nuvola di pelo bianco interrotta da grandi chiazze nere, come isole scure su un mare di neve. Sentivamo le sue zampe calde sulle ginocchia, mentre alzava un polverone dorato agitando la coda; il suo pelo ruvido e caldo, sapeva di sole e di corse selvagge nei prati.

Alzando lo sguardo, vedevamo già le nostre mamme sul balcone, affacciate per scorgere il nostro arrivo in lontananza; piccole sagome familiari tra le ombre verticali degli alberi. Varcammo quel battente contenti, con il cuore leggero. Fino a settembre non ci avremmo più pensato; altro che compiti delle vacanze. Esistevano solo i nostri pomeriggi, il mormorio costante del torrente e quella promessa di giornate infinite dove l’unico dovere era decidere a che gioco giocare. Mia madre uscì sulla porta, asciugandosi le mani ancora umide sul suo inseparabile grembiule verde mela, un po’ sbiadito, che profumava di quell’odore di bucato buono e cucina. Forse voleva chiederci com’era andata, eppure io e il mio amico avevamo distrattamente già gli occhi rivolti altrove.

Appoggiammo le cartelle contro il muro, finalmente liberi. Il ballatoio era deserto, immerso in quel silenzio sospeso e protetto dalle tende verdi e pesanti; un silenzio che precede il rientro dei padri dal lavoro, denso, rotto solo dal ronzio elettrico di qualche mosca intrappolata nel calore della controra. Sentivo l’odore del tessuto riscaldato delle tende e quello del cemento scaldato dal sole, che saliva da sotto i piedi. Io restavo sulla soglia di casa mia; lui proseguiva verso la sua, in fondo a quel lungo corridoio grigio sospeso nel vuoto. Lo guardavo camminare: aveva un modo tutto suo di far suonare i tacchi delle scarpe, un ritmo cadenzato e asciutto, che avrei riconosciuto tra mille.

Eravamo cresciuti lì, su quella striscia di balcone comune che divideva le nostre porte e univa le nostre vite.

Per anni, il ballatoio era stato il nostro ufficio postale, il nostro campo da gioco, il nostro confessionale. Ci bastava un fischio o un colpo secco sulla ringhiera di ferro, che faceva vibrare il metallo e sprigionava un leggero odore di ruggine, per annullare quei pochi metri che ci separavano. Quel giorno di luglio, lo guardai con una punta di soggezione. Avevamo finito le elementari; avevamo superato l’esame. Lo vidi fermarsi davanti alla sua porta e voltarsi un’ultima volta verso di me. In quel momento capii che, anche se abitavamo nella stessa casa e ci dividevano solo pochi metri, stavamo per diventare grandi. Ma finché eravamo lì, tra le lenzuola stese che schiaffeggiavano l’aria con schiocchi improvvisi e l’odore del pulviscolo caldo che saliva dal cortile, eravamo ancora una cosa sola.

Ci scambiammo uno sguardo veloce, senza bisogno di parlare: era un codice che conoscevamo solo noi, un’intesa che annullava ogni pensiero sul futuro. In quell’istante contava solo decidere: i soldatini di plastica da lui o gli indiani giù in cortile, a combattere tra le radici nodose dei pioppi. Eravamo licenziati dalla quinta elementare. Eravamo i padroni del tempo e il gioco stava per cominciare.

1 Sangone: Torrente Sangone, affluente destro del Po.

2Pioppo bianco: Varietà albero di pioppo bianco esiste anche pioppo nero.

3Bianchina: Così si chiamava la nostra cagnolina.


–>> Via dei Matti numero uno/1ma parte

Intervista:


Lo scrigno Coffe Time un sorso di amicalità di Giancarlo Ghirlanda -LA TELA DEL NARCISO

Pubblicazioni

LA TELA DEL NARCISO – Giancarlo Ghirlanda

Gli amici del bosco silenzioso di Giancarlo Ghirlanda

Nuvola Bianca e il segreto dei colori

“Via Dei Matti (Number One)” Yeah… look at that rain sliding down the glass, baby. I’m sitting right here in this chair, wrapped up in this colorful wool blanket. You knit it for me… stitch by stitch. A silent gesture of love before you left. But my mind… my mind is playing tricks on me tonight. I’m forgetting the names, girl… but I can’t forget the vibe. Check it out.

(Verse 1) The afternoon is frozen, the sky is tired and gray (so gray…) I’m locked in this position, watching droplets chase away Got my fingers all tangled in this wool you left behind Stitch by stitch, your silent love is running through my mind It’s a beautiful cushion, but it can’t fill the space Since you walked out the door and left this lonely place… (yeah, yeah) Memories are slipping like drawings in the sand But I’m holding on tight to the shadow of a man… (Chorus) (Heavy 808 beat kicks in with a wet snare, lush 3-part harmonies) So take me back to Via dei Matti Number One! (Oh, Number One, baby!) Don’t care what the map says, that’s where my heart begun! Where the love was wild, and the memories run Yeah, we going back tonight, under the setting sun! (Ad-lib panned left: We ain’t gonna be alone no more!)

(Verse 2) (Synth bass gets deeper, sexier) I close my eyes, and the scents are coming on strong (so strong) Wet hay in the stable, warm bread all night long Your daddy pouring bitter wine, keeping me awake But then I see a face that makes my foundation shake! Oh, my dearest friend… Franco, you can do no wrong! With that saucy smile, spaghetti sugo on your face! (Falsetto ad-lib: Ooh, you had that vital energy lighting up the place!) (Bridge) (Music drops out to just the Rhodes and a ticking hi-hat, building into a passionate belt) I hear that iron gate chain clanging in the dark! (Clang, clang, baby!)

Slipping through my hands, leaving a holy mark! I’m rolling back to the place where I learned to live Got so much passionate nostalgia left to give! (High falsetto scream) Ohhhhh, Franco, wipe your face! We going home! (Outro)

Via dei Matti… Number One. Open up the gate, girl. No more loneliness in the rain. Just me, this blanket, and Franco’s saucy smile. Yeah… break it down.

Musica e Voce AI Testo Giancarlo Ghirlanda

“Via Dei Matti (Number One)”
(Traduzione italiana)


Yeah… guarda quella pioggia che scivola sul vetro, baby.
Sono seduto qui su questa sedia, avvolto in questa coperta di lana colorata.
L’hai lavorata tu per me… punto dopo punto. Un gesto silenzioso d’amore prima di andartene.
Ma la mia mente… la mia mente mi sta giocando brutti scherzi stanotte.
Sto dimenticando i nomi, ragazza… ma non riesco a dimenticare l’atmosfera. Ascolta bene.

Strofa 1

Il pomeriggio è immobile, il cielo è stanco e grigio (così grigio…)
Sono bloccato in questa posizione, guardando le gocce rincorrersi via
Ho le dita intrecciate in questa lana che hai lasciato dietro di te
Punto dopo punto, il tuo amore silenzioso attraversa la mia mente
È un bellissimo cuscino, ma non può riempire il vuoto
Da quando hai chiuso quella porta lasciando questo posto solitario… (yeah, yeah)
I ricordi scivolano via come disegni sulla sabbia
Ma mi aggrappo forte all’ombra di un uomo…

Ritornello

Quindi riportami a Via dei Matti Numero Uno!
(Oh, Numero Uno, baby!)
Non mi importa cosa dica la mappa, è lì che il mio cuore ha avuto inizio!
Dove l’amore era selvaggio e i ricordi scorrono veloci
Sì, torniamo là stanotte, sotto il sole che tramonta!

Strofa 2

Chiudo gli occhi e i profumi tornano fortissimi (così forti)
Fieno bagnato nella stalla, pane caldo per tutta la notte
Tuo padre versa vino amaro, tenendomi sveglio
Ma poi vedo un volto che fa tremare le mie fondamenta!
Oh, mio carissimo amico… Franco, tu non puoi sbagliare!
Con quel sorriso malizioso e il sugo di spaghetti sul viso!

Sento la catena del cancello di ferro sbattere nel buio!

Scivola tra le mie mani lasciando un segno sacro!
Sto tornando al posto dove ho imparato a vivere
Ho ancora così tanta nostalgica passione da donare!


Ohhhhh, Franco, pulisciti la faccia! Stiamo tornando a casa!

Outro

Via dei Matti… Numero Uno.
Apri il cancello, ragazza.
Niente più solitudine sotto la pioggia.
Solo io, questa coperta… e il sorriso malizioso di Franco.
Yeah… vai col groove.

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