Via dei matti numero uno



Il cielo sopra la città è un unico respiro grigio e opaco che sembra poggiare sulle spalle dei passanti. Piove, piove lento, piove sui tetti delle case già bagnati dalle lacrime. Tratto da:

VIA DEI MATTI NUMERO UNO

~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ❁ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~ ~

Piove. È una pioggia sottile, timida e pesante, che disegna sentieri d’acqua sul vetro della finestra. Da qui, seduto sulla sedia a rotelle che oramai è diventata il mio mondo e la mia prigione, osservo le gocce inseguirsi, come facevamo noi da bambini nei prati di quella Via… Per un istante che sembra non voler finire mai, sento il nome di quella strada scivolarmi via tra i pensieri. Sento il sapore del nome svanire sulla lingua, lasciando solo un retrogusto di cenere.

Resto immobile, con lo sguardo perso nel grigio plumbeo di un cielo che sembra essersi stancato di lottare. Il battito sordo e continuo dell’acqua contro le lamiere della grondaia è l’unico suono di un pomeriggio che non vuole passare. Forse è la vecchiaia che si diverte a giocare a nascondino con la mia anima, nascondendo le parole dietro l’acqua che scende o dietro una coltre di polvere, come quella che si alzava dai sacchi di granturco che mio padre sollevava a fatica sotto il sole. O forse è solo il troppo tempo che è passato: un fiume inarrestabile che ha levigato i bordi della mia memoria, rendendo tutto tondo, sfuocato, privo di quegli spigoli vivi che una volta chiamavo “vita”.

Osservo le mie dita nodose e stanche, cercano conforto fra le trame di una coperta di lana che mia figlia ha intrecciato per me con una pazienza che ormai non ho più. Ne sento la morbidezza rassicurante sotto i polpastrelli, percepisco ogni singolo nodo, ogni intreccio di quel filo di lana che sa di casa e della cura silenziosa, di quell’amore paziente che solo una figlia sa intrecciare tra le maglie per scaldarti il cuore. Lei ci ha messo dentro tutto il calore che poteva, punto dopo punto, cercando di scaldare queste gambe che ormai non sentono più il brivido umido della terra sotto i piedi o il calore del cemento grigio bollente dei pomeriggi di luglio.

L’ha finita appena in tempo, quasi sapesse che il suo compito qui in mezzo a noi stava per esaurirsi prima del previsto. Mi ha lasciato questo guscio di lana colore arcobaleno, un grido di luce in questa stanza spenta, come ultimo riparo, prima di andarsene con quel passo leggero che ha sempre avuto, lasciandomi a fare i conti con un vuoto che nessuna coperta potrà mai colmare davvero. Mi manca il suo respiro nella stanza accanto, mi manca la sua voce che sapeva rimettere in sesto i miei pensieri più sfilacciati, proprio come ha fatto con questi fili.

Eppure, mentre accarezzo la lana, sento che quel nome, quel nome così importante, continua a sfuggirmi. È come un soldatino smarrito nell’erba alta: so che è lì, so che esiste, il disordine del tempo si è fatto troppo fitto per ritrovarlo al primo colpo.

Insieme al nome, sento sbiadire anche i volti. Mi appare un’immagine flebile, un’ombra che corre al mio fianco con una vitalità che oggi mi toglie il respiro. È lui. È il mio amico del cuore. Vedo il riflesso dei suoi capelli fulvi al sole, sento l’eco di una risata sfacciata che riempiva i pomeriggi e sfidava il silenzio della campagna. I suoi lineamenti, però… Dio, i suoi lineamenti sono come un disegno tracciato sulla sabbia che l’onda del tempo sta portando via. Cerco di afferrare il profilo del suo naso, il colore dei suoi occhi, la pioggia sul vetro si mescola alla mia vista stanca e lui resta un’ombra, un sussurro che fatica a farsi sentire sopra il battito del mio cuore e lo scricchiolio metallico della sedia a ogni mio minimo movimento, un lamento di gomma e ferro che sa di fermo.

Questa pioggia sottile non smette di essere triste. È una malinconia liquida che scivola lenta, proprio come le lacrime che non voglio più versare, offuscando i contorni del mondo là fuori. Le auto che passano veloci sulla strada moderna, con il loro ronzio anonimo e frettoloso, alzando ventagli di acqua sporca che ricadono pesanti sulla strada, sembrano fantasmi di un futuro che non mi appartiene. Guardo il riflesso del mio viso sul vetro bagnato: un vecchio dai capelli d’argento e dagli occhi profondi, saldato a una sedia che non mi lascia più andare. È un contrasto che fa male, se penso a quando la mia unica preoccupazione era non sporcare troppo le scarpe di terra e fango, per non far arrabbiare oltremisura mia madre. Ricordo ancora l’odore aspro della polvere bagnata e il peso di quei grumi scuri sotto le suole, quando il gioco era l’unica legge da rispettare.

In quell’istante, mentre una goccia più pesante delle altre, quasi una lacrima del cielo stesso, scivola lenta lungo il vetro disegnando una scia più chiara, sento un brivido. Parte dalla schiena, attraversa le braccia e arriva dritto alle dita che stringono la coperta. Non è il nome scritto sulla targa di marmo all’angolo della strada che mi serve. No. Quello è un indirizzo per gli estranei, per i postini, per chi non ci ha mai vissuto.

Chiudo gli occhi, forzando l’oscurità dietro le palpebre, e improvvisamente il cuore risponde prima della mente.

Inizia con un odore. Non è più la lana di mia figlia, è l’odore acre e pungente del fieno bagnato che Giovanni accumulava nella stalla, mischiato al profumo celestiale e caldo del pane appena sfornato che mia madre poggiava sul tavolo di formica gialla. Poi arriva il sapore: quel retrogusto amaro e frizzante del vino che mio padre mi offriva come se fosse un rito sacro tra uomini. E infine, il suono. Non è la pioggia. È il peso della catena di ferro che scivola tra le mie mani piccole e sporche, il rumore secco delle maglie arrugginite arrugginita che batte contro il ferro mentre il grande cancello si spalanca verso l’infinito.

Allora quel volto si fa nitido. Franco mi sorride, con i denti bianchi e la maglietta sporca di sugo. Mi sta aspettando. Il suo sorriso torna a illuminare il buio della mia stanza e il nome della via risale dal profondo, come un’eco potente che attraversa una vita di silenzio, abbattendo ogni muro di polvere e ogni velo d’acqua.

Via dei Matti numero uno.

Sorrido anch’io, per la prima volta da quando è iniziato il temporale. Non importa cosa dica lo stradario della città, non importa se la memoria a volte zoppica come le mie gambe su questa sedia a rotelle. Per me, quel posto non ha bisogno di un indirizzo stampato su una mappa. È il luogo dove sono nato, dove ho imparato cos’è il coraggio, dove ho corso fino a perdere il fiato insieme a quell’amico che ora è di nuovo qui, seduto invisibile accanto a me.

In questo pomeriggio di pioggia, ho deciso di tornare. Ho deciso di spingere questa sedia oltre il vetro, oltre la vecchiaia, oltre la malinconia. Aprirò quel cancello per l'ultima volta, e questa volta non lo farò da solo.

Giancarlo Ghirlanda Scrittore Autore

Intervista:
Lo scrigno Coffe Time un sorso di amicalità di Giancarlo Ghirlanda -LA TELA DEL NARCISO

Pubblicazioni

LA TELA DEL NARCISO – Giancarlo Ghirlanda

Gli amici del bosco silenzioso di Giancarlo Ghirlanda

Nuvola Bianca e il segreto dei colori

LA TELA DEL NARCISO. Femminicidio tra ombra e potere
Store:ILMIOLIBRO

- / 5
Grazie per aver votato!

Notifiche push abilitate

Grazie per aver abilitato le notifiche!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

H.E. Intelligenza Editoriale
Edda Cacchioni
Riflessione Politica
© 2026 Creato da H. Edda Cacchioni. Creazioni: testi, pianificazione, divulgazione Tutti i diritti riservati. Privacy Policy