Piccolo mondo antico anni 70 Storie di un’infanzia italiana che non esiste più. Ambientato nella periferia Torinese, nella torino operaia che vedeva costruire la periferia e i palazzi.
CAPITOLO QUARANTUNO – EPILOGO
Il tempo rubato, l’asfalto e l’ultima corsa
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C’era un silenzio, nella nostra cascina, che oggi non esiste più. Era il silenzio dei padri che tornavano dal cantiere, pesante come la calce che si attaccava ai loro vestiti, ma allo stesso tempo capace di tenere unita la famiglia. Bastava il rumore del cucchiaio nel piatto, il pane spezzato con le mani, uno sguardo che durava un attimo più del necessario. In quel silenzio ci si diceva tutto.
Oggi il tempo è diventato più sottile, fragile. Lo abbiamo scambiato per quei rettangoli di vetro che ci brillano in tasca. Ci promettono libertà, ma in realtà ci tolgono la presenza. Abbiamo sostituito la voce con un’icona, la pazienza del filo a piombo con l’illusione dell’istantaneo.
Intanto il mondo cambiava. L’asfalto ha coperto i prati dove correvamo scalzi, ha inghiottito i nostri nascondigli, ha soffocato perfino la polvere che ci rimaneva sulle ginocchia. Dove respirava la terra, ora c’è un odore di bitume che non conosce stagioni. Hanno steso il nero sopra i nostri prati segreti, cancellando il confine tra il gioco e la vita.
Eppure, mentre guardo la pioggia scivolare sul vetro, qualcosa si muove. Il ronzio della sedia a rotelle si allontana, come un insetto che perde forza. L’asfalto fuori dalla finestra si incrina, si apre. Chiudo gli occhi e il corpo torna leggero. Le gambe rispondono. Sento la terra umida sotto i piedi, l’erba alta che graffia le caviglie, il fiato che brucia come allora.
E così eccoci di nuovo: io e lui. Due ombre che attraversano il tramonto, due ragazzi che non hanno ancora imparato a temere il domani. Franco corre davanti a me, con la sua maglietta sbiadita che si gonfia al vento. Lo seguo, come ho sempre fatto. Il mondo si allarga, ritorna nostro. Non ci sono recinzioni, non ci sono confini. Solo il rumore del cuore che batte forte, come quando avevamo dieci anni e il mondo era una promessa.
Siamo stati ladri del nostro tempo, è vero. Lo abbiamo lasciato scivolare via, presi dalla fretta di un mondo che corre senza sapere dove andare. Ma le radici non muoiono: aspettano. E quando tornano, lo fanno con la forza di un temporale estivo.
Ora lo so: quel prato non è mai morto. È rimasto lì, sotto l’asfalto, sotto gli anni, sotto tutto ciò che abbiamo perso. E noi lo stiamo attraversando ancora, forse per l’ultima volta, forse per sempre.
Vorrei dire a chi cammina con la testa bassa: “Alza lo sguardo. Guarda dove c’erano i prati.” Perché noi siamo stati i signori del tempo lento, quelli che tornavano a casa seguendo l’odore del pane e il richiamo delle madri. E quella casa, anche se non esiste più, continua a chiamarci.
Il sole scende dietro i palazzi, ma per me la luce non è mai stata così chiara. Abbiamo vinto noi, Franco. Siamo liberi. Stiamo ancora correndo.
Giancarlo Ghirlanda. Tratto da: Via dei Matti numero uno – Piccolo mondo antico anni 70 Storie di un’infanzia italiana che non esiste più.
Le mie opere, il mio blog; Dove continuo a raccontare, riflettere e indagare con i miei “guanti bianchi”: https://cyberfascicolo.over-blog.com/2026/01/comunicato-stampa
I miei libri: LA TELA DEL NARCISO Femminicidio tra ombre e potere Ambientato nel Sulcis, Sardegna meridionale. https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/723008/la-tela-del-narciso/
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Giancarlo Ghirlanda, autore, scrittore, bologger. e-mail: lateladelnarciso@libero,it
