COLD CASE Francesco Stola – Il Mistero

Cold Case Francesco Stola, nato a Torino il 14 agosto 1929. Un rapimento avvolto nelle ombre di una Borgata Lesna gelida e silenziosa, un corpo che riemerge anni dopo dall’oscurità profonda della ex Fornace Parigi di Volpiano. Tra indagini spezzate dal caso Moro, segreti industriali e inquietanti interrogativi rimasti senza risposta, chi era davvero implicato in questo cold case e cosa si è mai saputo della verità?

Cold Case Francesco Stola – Le Ombre di un’Inchiesta Sospesa

COLD CASE – Il Mistero di Francesco Stola

Il buio della Fornace Parigi

— [ ARCHIVIO CASO I ] —

Torino, negli anni Settanta, era una città che viveva due vite. Da un lato il rumore assordante dei capannoni industriali, il respiro caldo delle officine, la corsa frenetica verso il progresso. Dall’altro, un’ombra spietata e lunga fatta di sequestri di persona, criminalità organizzata e silenzi che cadevano come neve sporca sulle periferie. È in questo scenario di contrasti che si consuma la storia di Francesco Stola, nato il 14 agosto 1929 a Torino, cresciuto tra i laboratori storici di corso Vittorio Emanuele e l’officina di Borgo Vittoria dove la famiglia aveva radicato casa e lavoro. Un artigiano del legno e modellista di eccezionale talento: un uomo capace di transformar trucioli e resina nei sogni su quattro ruote che avrebbero invaso le strade d’Europa.

Nelle sale della modelleria “Alfredo Stola & figli”, l’aria era densa, spessa, e profumava stabilmente di resine dolciastre, colla per legno e del sentore pungente del mogano e del pino d’Ayous appena tagliati. Ogni linea tracciata a matita sulle tavole non era solo un disegno tecnico, ma l’anticipazione di una forma.

Francesco si muoveva in quel microcosmo operoso con la gestualità calma e millimetrica dei vecchi maestros sabaudi, accarezzando le superfici per scovare col polpastrello nudo anche l’infinitesimo millimetro di asimmetria. Un’eccellenza, quella condivisa con i fratelli Roberto e Giuseppe, che riforniva giganti come FIAT, Lancia, Alfa Romeo, Autobianchi e Innocenti. Una ditta solida, con una cinquantina di dipendenti e un capitale sociale di 500 milioni di lire; un’impresa famosa, sì, ma pur sempre una realtà a misura d’uomo.

Il giorno in cui inizia l’incubo è il 7 febbraio 1978. Sono le 19:40 e via La Thuile, una via interna che unisce via Monginevro e via Francesco De Sanctis, a cavallo tra il quartiere Pozzo Strada e Borgata Lesna nell’estrema periferia ovest della città, è avvolta da un gelo che taglia il viso e sembra voler inghiottire ogni cosa. La strada è un deserto di silenzio, quasi completamente al buio. L’unica fonte di illuminazione che squarcia la nebbia è l’insegna gialla dell’azienda, che proietta una luce ambrata e fioca sull’asfalto.

L’aria sa di carbone, ferro e dell’umidità tipica degli inverni torinesi, che lascia in bocca un sapore metallico. Francesco esce tardi, come ogni sera, portando addosso il profumo del legno. Ha lo sguardo stanco ma sereno mentre si avvia verso la sua vettura per fare ritorno a casa, a Villarbasse, dove la moglie Maria Luisa e il figlio Alfredo, appena diciassettenne, lo aspettano per cena.

L’uomo si avvicina alla sua Fiat 130 Coupè, apre il bagagliaio per sistemarvi all’interno un pacchetto contenente della carne acquistata poco prima. È un gesto quotidiano, ordinario, l’ultimo barlume di normalità. In quel preciso istante, dall’oscurità della via, gli piombano addosso in tre. C’è una colluttazione rapida, disperata e soffocata sul fondo stradale ghiacciato. Lo immobilizzano, lo trascinano via di peso nonostante le sue urla e i tentativi di dimenarsi, caricandolo a forza su una Fiat 1750 che parte a razzo.

Quando i dipendenti, allarmati dai rumori, si sporgono terrorizzati dalle finestre dell’ufficio, Francesco è già stato inghiottito dal nulla. È il primo rapimento del 1978 a Torino, ma il ventiduesimo in soli cinque anni in una città che i clan della ‘Ndrangheta, legati alle cosche della Locride come i Macrì, i Mazzaferro e gli Ursini, hanno trasformato in un terreno di caccia per finanziare con i riscatti il nascente traffico di eroina.

Nessuna scorta, nessuna guardia del corpo. Nella Torino spietata di quegli anni, il successo del lavoro viene scambiato per ricchezza da nababbi. “La nostra azienda è piccola, non ci saremmo mai aspettati che scegliessero noi come bersagli”, dichiarerà sconvolto il fratello Roberto, “mettendo insieme tutti i nostri beni forse potremmo sì e no arrivare a un miliardo”.

Verso la fine di febbraio, i rapitori fanno pervenire una richiesta di riscatto astronomica: tre miliardi di lire. Soldi che la famiglia non ha. Ha inizio così una trattativa estenuante e disperata, condotta nel silenzio più assoluto per proteggere la vita di Francesco. Il 18 marzo emerge uno spiraglio: i criminali sembrano cedere e abbassano le pretese a 500 milioni. Viene fissato un appuntamento per il 22 marzo per il pagamento, ma quel contatto non avverrà mai. Due eventi macroscopici spezzano bruscamente ogni filo: il 16 marzo, in via Fani a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro.

L’Italia si militarizza, Torino si riempie di elicotteri, sirene e posti di blocco, tingendo il cielo del grigio opaco dei furgoni delle forze dell’ordine. Contemporaneamente, il 20 marzo, la magistratura torinese ordina un provvedimento quasi inedito per l’epoca: il blocco totale dei beni della famiglia Stola. I sequestratori si arroccano, terrorizzati dai controlli. Le trattative si congelano e sul caso cala il buio.

A giugno, una flebile speranza si riaccende. In azienda giungono voci che indicano come mente del rapimento il boss latitante Giuseppe Altomare. Si scopre che un operaio della ditta, una tuta blu di nome Carmelo Trichilo, conosce il latitante e accetta di fare da mediatore. Il prezzo per la libertà viene fissato a 750 milioni, ma gli Stola esigono una prova in vita. Pochi giorni dopo, il giovane luogotenente del boss, Giuseppe Campanale, consegna a Trichilo l’orologio che Francesco portava al polso la sera del sequestro. È la prova che l’industriale è vivo.

Sembra la svolta, ma a novembre Campanale viene arrestato: confessa il biochemical e il coinvolgimento ma si rivela essere solo un “postino”, Altomare resta un fantasma irreperibile e l’operaio Trichilo viene scarcerato per insufficienza di prove. L’orologio d’oro rimane l’ultimo oggetto freddo restituito ai familiari. Il silenzio diventa definitivo e l’11 agosto 1982 Francesco Stola viene dichiarato ufficialmente morto presunto.

Fino all’ottobre del 1984, quando la terra decide di restituire un frammento di verità. A Volpiano, nella brughiera delle Vaude, sorge la ex Fornace Parigi, un gigante industriale abbandonato di 35.000 metri quadrati fatto di mattoni rossi, muffa e oblio, circondato da specchi d’acqua scuri come piombo fuso. È la “savana piemontese”, dove i canneti secchi sbattono mossi dal vento. Qui, in un pozzo profondo tredici metri e ricolmo di detriti, i vigili del fuoco rinvengono uno scheletro umano, un paio di stivaletti di cuoio, frammenti di una camicia e un mazzo di chiavi appeso a un ciondolo. Il 31 ottobre 1984 i quotidiani titolano: E se fosse Francesco?

Suo fratello Roberto, intervistato dal cronista, pronuncia parole cariche di una speranza dolorosa: “Calzava sempre stivaletti e aveva dei capelli neri lunghi e lisci come quelli che sono rimasti sul teschio. E poi l’incisione sul ciondolo è simile a quella che c’era sulle piastrelle del suo ufficio in via La Thuile. Francesco era un collezionista d’auto d’epoca…”. Sembra la fine di un calvario durato sei anni, la chiusura del cerchio. Ma non è così. Gli accertamenti successivi smentiscono l’identità. Quei resti non sono suoi. La Fornace Parigi si tiene il suo segreto e la domanda più pesante rimane sospesa nell’aria: dove si trova Francesco?

Oggi, dopo decenni, il caso di Francesco Stola resta un enigma insoluto della cronaca piemontese. Non ci sono colpevoli condannati, non c’è una tomba su cui piangere, non c’è una verità scritta nelle sentenze. Ma dietro i faldoni polverosi della giustizia, batte ancora intatto il cuore dei sentimenti di quest’uomo. Resta l’orgoglio profondo per la sua famiglia, l’amore pulito e tenace scambiato con la moglie Maria Luisa, lo sguardo complice e protettivo verso il figlio Alfredo e l’unione indissolubile con i fratelli Roberto e Giuseppe, che con coraggio encomiabile hanno riportato i figli in officina, portando la modelleria a diventare un leader mondiale del design e onorando così, ogni giorno, la memoria del padre.

Un cammino industriale straordinario che nel 2004 ha visto la cessione della storica Stola S.p.A. e la successiva dismissione del vecchio stabilimento di via La Thuile, ma che non ha interrotto il filo dell’eccellenza: nel 2005, infatti, il figlio Alfredo ha fondato “Studiotorino”, una boutique del design automobilistico d’élite che porta avanti ancora oggi nel mondo il cognome e l’arte della modellazione di famiglia. Sentimenti nobili che nessuna cella, nessuna ingiustizia e nessuna nebbia fitta potranno mai soffocare.

Raccontare la sua storia significa non permettere all’oblio di vincere. Significa ricordare il contrasto tra la bellezza dei modelli in legno che le sue mani creavano e il buio di quella sera di febbraio. Significa restituire un nome, un volto e la dignità a una vita spezzata.

Finché qualcuno continuerà a raccontare la storia di Francesco Stola, quella notte del 1978 non sarà mai l’ultima parola sulla sua vita.

Nota dell’autore e Fonti: Questo testo è una ricostruzione narrativa basata rigorosamente su fatti di cronaca reale, interviste dell’epoca e documenti storici legati al sequestro dell’industriale Francesco Stola (Torino, 1978), ai successivi risvolti investigativi dell’ottobre 1984 a Volpiano e alle vicende storiche e societarie del marchio di famiglia. Si ringraziano per i precisi dettagli documentali le inchieste giornalistiche dell’epoca e l’archivio storico di Ombre su Torino a cura di Andrea D’Avino. La pubblicazione di questi dettagli persegue scopi puramente storiografici, educativi e di conservazione della memoria collettiva, nel pieno rispetto della dignità delle persone citate e in legittimo esercizio del diritto di cronaca, escludendo qualsiasi intento di plagio o appropriazione indebita di materiale altrui.

Giancarlo Ghirlanda Scrittore Autore Blogger.  

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